Prisenti di San Rocco

Arazzo in cotone e misto seta, cm 490 x 140 esclusi i manici.
Realizzato con le ricamatrici: Loredana La Rocca, Vita D’Aloisio, Ninetta Cammareri e la partecipazione della comunità di Gibellina, 2015.

Il Prisenti è un grande arazzo portato in processione per la festa di San Rocco a Gibellina (Trapani), città colpita dal terrremoto del 1968 sui cui resti Alberto Burri realizza una delle più grandi opere di land art: il Cretto. Questo Prisenti si confronta con la storia e la memoria di Gibellina e con il suo Cretto, con una città che vuole, dopo mezzo secolo, voltare pagina rispetto a quel doloroso capitolo. Un’ideale colata d’oro versata su una terra fessurata; immagine tragica metaforicamente sanata. Il procedimento riprende le usanze giapponesi di riparare i cocci di vasellame rotto usando l’oro: tale operazione, detta Kintsugi, riassembla i pezzi e trasforma rottura e oggetto dando nuova vita alle “cicatrici”, attraverso una modalità estranea all’occidente e una pratica il cui significato sfugge a chi vede nel fallimento e nella rottura un mero sentimento di vergogna. L’arte invece ripara le ferite senza nasconderle; il segno stesso della cicatrice è un valore positivo di autoguarigione e di superamento delle crisi.

Banner in cotton and silk blend, cm 490 x 140 excluding handles.
Made with the help of the embroiderers Loredana La Rocca, Vita D’Aloisio, Ninetta Cammareri and the community of the City of Gibellina, 2015.

The Prisenti is a large tapestry brought in procession for the feast of St. Rocco in Gibellina (Sicily). The city was destroyed by the earthquake of 1968. Over its ruins, Alberto Burri realized one of the greatest works of land art: the Cretto. The design of this Prisenti deals with the history and memory of Gibellina and its Cretto, with a city that wants, after almost half a century, to turn over a new leaf. The work will be an ideal gold casting poured on the cracks of the Cretto, a metaphorical image inspired by the Japanese custom of repairing broken pottery with gold. This procedure, called kintsugi, consists in the reassembling of the piece, which transforms the damaged object providing it with a new life by using the very same breakage marks. Such procedure is extraneous to Western civilization, where failure and breakage are seen not as a possibility for change and evolution, but rather as shame. Thus, the artwork fixes the wounds without hiding them: it rather takes scars as a positive and self-healing component that allows us to overcome crise.